Il nome della rosa
Umberto Eco

Tale è la potenza del Vero che, come il Bene, è effusivo da sé.

 

Anche l’ingiustizia è stata predisposta dalla provvidenza per mantenere l’equilibrio delle cose, onde il disegno spesso ci sfugge.

 

 C’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore di adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? 

Vi sono due forme di magia. C’è una magia che è opera del diavolo e che mira alla rovina dell’uomo attraverso artifici di cui non è lecito parlare. Ma c’è una magia che è opera divina, là dove la scienza di Dio si manifesta attraverso la scienza dell’uomo, che serve a trasformare la natura, e uno dei cui fini è prolungare la vita stessa dell’uomo. E questa è magia santa, a cui i sapienti dovranno sempre più dedicarsi, non solo per scoprire cose nuove ma per riscoprire tanti segreti di
natura che la sapienza divina aveva rivelato agli ebrei, ai greci, ad altri popoli antichi.
Ma perché coloro che posseggono questa scienza non la rivelano a tutto il popolo di Dio?
Perché non tutto il popolo di Dio è pronto ad accettare tanti segreti, ed è spesso accaduto che i depositari di questa scienza siano stati scambiati per maghi legati da patto col demonio, così che hanno pagato con la vita il proposito di rendere tutti partecipi del loro sapere.

 

Francesco voleva richiamare gli esclusi, pronti alla rivolta, a far parte del popolo di Dio. Per ricomporre il gregge bisognava ritrovare gli esclusi. Francesco non c’è riuscito. Per reintegrare gli esclusi doveva agire all’interno della Chiesa, per agire all’interno della Chiesa doveva ottenere il riconoscimento della sua Regola, da cui sarebbe uscito un ordine, e un ordine, come ne uscì, avrebbe ricomposto l’immagine di un cerchio, al cui margine stanno gli esclusi. Ecco perché ci sono le bande dei fraticelli e dei Gioachimiti, che raccolgono intorno a loro gli esclusi, ancora una volta.
L’eresia è il prodotto dei semplici e degli esclusi.
Parliamo degli esclusi dal gregge delle pecore. Per secoli, mentre il Papa e l’Imperatore si dilaniavano nelle loro diatribe di potere, questi hanno continuato a vivere ai margini, essi i veri “lebbrosi”, intesi come gli esclusi, i poveri, semplici, diseredati, sradicati dalle campagne, umiliati dalle città.
Esclusi com’erano dal gregge, tutti costoro sono stati portati ad ascoltare ogni predicatore che, richiamandosi alla parola di Cristo, mettesse sotto accusa il comportamento dei cani (apparato imperiale) e dei pastori (uomini di Chiesa) e promettesse che un giorno essei sarebbero stati puniti. Questo i potenti l’hanno sempre saputo. Riconoscere gli esclusi voleva dire ridurre i loro privilegi, e dunque gli esclusi che si riconoscevano come esclusi andavano bollati quali eretici, qualsiasi fosse la loro dottrina. E costoro, inviperiti dalla loro esclusione, non erano interessati ad alcuna dottrina. L’illusione dell’eresia è questa. Non conta la fede che un movimento propone, conta la speranza che offre. Gratta l’eresia, troverai il lebbroso. E ogni battaglia contro l’eresia vuole solo che il lebbroso rimanga lebbroso.
Quanto ai lebbrosi che cosa gli vuoi chiedere? Che distinguano tra due definizioni della trinità o dell’eucaristia? Suvvia, Adso, questi sono giochi per noi uomini di dottrina. I semplici hanno altri problemi. E bada, li risolvono tutti nel modo sbagliato. Così diventano eretici.”
“Ma perché taluni li appoggiano?”
“Perché servono al loro gioco, che di rado riguarda la fede, e più spesso la conquista del potere.”
“E’ per questo che la chiesa di Roma accusa di eresia tutti i suoi avversari? ”
“È per questo, ed è per questo che riconosce come ortodossia quella eresia che può ricondurre entro il proprio controllo, o che deve accettare perché è diventata troppo forte. Ma non c’è una regola precisa. E questo vale anche per i re o i comuni.
Tempo fa, a Cremona, i fedeli dell’impero aiutarono i catari, solo per mettere in imbarazzo la chiesa di Roma. Talora le magistrature cittadine incoraggiano gli eretici solo perché traducono in volgare il vangelo: il volgare è ormai la lingua delle città, il latino la lingua di Roma. Oppure appoggiano i valdesi perché affermano che tutti, uomini e donne, piccoli e grandi, possono insegnare e predicare, e così eliminano la differenza che rende insostituibili i chierici!”
“Ma allora perché poi le stesse magistrature cittadine si rivoltano contro gli eretici e danno man forte alla chiesa per farli bruciare?”
“Perché si accorgono che gli eretici mettono in crisi anche i privilegi dei laici che parlano in volgare. Duecento anni fa, in un concilio, si era già detto che non bisognava dar credito a quegli uomini idioti e illetterati che erano i valdesi. Si era detto, se ben ricordo, che non hanno fissa dimora, girano a piedi nudi senza possedere nulla, tengono tutto in comune, seguono nudi il Cristo nudo, ma se si lascia loro troppo spazio cacceranno tutti. Per evitare questo flagello poi le città hanno favorito ordini mendicanti e noi francescani in particolare: perché permettevamo di stabilire un rapporto armonico tra bisogno di penitenza e vita cittadina, tra la chiesa e i borghesi che si interessavano ai loro mercati…”
“Si è raggiunta l’armonia, allora, tra amor di Dio e amor dei traffici?”
“No, si sono bloccati i movimenti di rinnovamento spirituale, si sono incanalati nei limiti di un ordine riconosciuto dal papa. Ma quello che serpeggiava sotto non è stato incanalato. È finito da un lato nei movimenti dei flagellanti che non fanno male a nessuno, nelle bande armate come quelle di fra Dolcino, nei riti stregoneschi come quelli dei frati di Montefalco di cui parlava Ubertíno…”
“Ma chi aveva ragione, chi ha ragione, chi ha sbagliato?” domandai smarrito.
“Tutti avevano la loro ragione, tutti hanno sbagliato.”
“Ma voi,” gridai quasi in un impeto di ribellione, “perché non prendete posizione, perché non mi dite dove sta la verità?”
Guglielmo stette alquanto in silenzio, sollevando verso la luce la lente alla quale stava lavorando. Poi la abbassò sul tavolo e mi mostrò, attraverso la lente, un ferro da lavoro: “Guarda,” mi disse, “cosa vedi?”
“Il ferro, un poco più grande”
“Ecco, il massimo che si può fare è guardare meglio. ”
“Ma è sempre lo stesso ferro!”
“Anche il manoscritto di Venanzio sara sempre lo stesso manoscritto quando avrò potuto leggerlo grazie a questa lente. Ma forse quando avrò letto il manoscritto conoscerò meglio una parte della verità. E forse potremo rendere migliore la vita dell’abbazia.”
“Ma non basta! ”
“Sto dicendo più di quel che sembra, Adso. Non è la prima volta che ti parlo di Ruggiero Bacone. Forse non fu l’uomo più saggio di tutti i tempi, ma io sono sempre stato affascinato dalla speranza che animava il suo amore per la sapienza. Bacone credeva nella forza, nei bisogni, nelle invenzioni spirituali dei semplici. Non sarebbe stato un buon francescano se non avesse pensato che i poveri, i diseredati, gli idioti e gli illetterati parlano spesso con la bocca di Nostro Signore. Se avesse potuto conoscerli da vicino, sarebbe stato più attento ai fraticelli che ai provinciali dell”ordine. I semplici hanno qualcosa in più dei dottori, che spesso si perdono alla ricerca di leggi generalissime.
Essi hanno l’intuizione dell’individuale. Ma questa intuizione, da sola, non basta. I semplici avvertono una loro verità, forse più vera di quella dei dottori della chiesa, ma poi la consumano in gesti su cui non riflettono. Cosa bisogna fare? Dare la scienza ai semplici? Troppo facile, o troppo difficile. E poi quale scienza? Quella della biblioteca di Abbone? I maestri francescani si sono posti questo problema. Il grande Bonaventura diceva che i saggi devono portare a chiarezza concettuale la verità implicita nei gesti dei semplici…”
“Come il capitolo di Perugia e le dotte memorie di Ubertino che trasformano in decisioni teologiche il richiamo dei semplici alla povertà,” dissi.
“Sì, ma lo hai visto, avviene in ritardo e, quando avviene, la verità dei semplici si è già trasformata nella verità dei potenti, buona più per l’imperatore Ludovico che per un frate di povera vita. Come restare vicini all’esperienza dei semplici mantenendone, per così dire, la virtù operativa, la capacità di operare per la trasformazione e il miglioramento del loro mondo? Questo era il problema di Bacone: Quod enim lalaicali ruditate turgescit non habet effectum nisi fortuito, l’esperienza dei semplici ha esiti selvaggi e incontrollabili. Sed opera sapientiae certa lege vallantur et in finem debitum eficaciter diriguntur: egli pensava che la nuova scienza della natura dovesse essere la nuova grande impresa dei dotti per coordinare i bisogni elementari che costituivano anche il coacervo disordinato, ma a suo modo vero e giusto, delle attese dei semplici. Soltanto che per Bacone questa impresa doveva essere diretta dalla chiesa e credo che dicesse così perché ai suoi tempi essere chierico ed essere sapiente era la stessa cosa.
Oggi non è più così, nascono sapienti fuori dai monasteri, e dalle cattedrali, persino dalle università. In questo paese, il piu grande filosofo del nostro secolo non è stato un monaco, ma uno speziale. Dico di quel fiorentino di cui avrai sentito nominare il poema, che io non ho mai letto perché non capisco il suo volgare, e per quanto ne so mi piacerebbe assai poco, visto che vi vaneggia di cose molto lontane dalla nostra esperienza. Ma ha scritto, credo, le cose più sagge che ci sia dato di comprendere sulla natura degli elementi e del cosmo tutto, e sulla conduzione degli stati.
Come lui, io e i miei amici riteniamo che per la condotta delle cose umane spetti legiferare non alla chiesa ma all’assemblea del popolo; e nello stesso modo in futuro spetterà alla comunità dei dotti proporre questa nuovissima e umana teologia che è filosofia naturale e magia positiva.”
“Una bellissima impresa,” dissi, “ma è possibile?”
“Bacone ci credeva”
“E voi? ”
“Anch’io ci credevo. Ma per crederci occorrerà essere sicuri che i semplici hanno ragione perché posseggono l’intuizione dell’individuale, che è l’unica conoscenza sicura. Però, se l’intuizione dell’individuale è l’unica buona, come potrà la scienza arrivare a ricomporre le leggi universali attraverso cui la magia buona diventa operativa?”
“Già,” dissi, “come potrà?”
“Non lo so più. Ho avuto tante discussioni a Oxford col mio amico Guglielmo di Occam, che ora è ad Avignone. Mi ha seminato l’animo di dubbi. Perché se solo l’intuizione dell’individuale è giusta, il fatto che cause dello stesso genere abbiano effetti dello stesso genere è proposizione difficile da provare.
Uno stesso corpo può essere freddo o caldo, dolce o amaro, umido o secco, in un luogo – e in un altro luogo no. Come posso scoprire il legame universale che rende ordinate le cose se non posso muovere un dito senza creare una infinità di nuovi enti, poiché con tale movimento mutano tutte le relazioni di posizione tra il mio dito e tutti gli altri oggetti? Le relazioni sono i modi in cui la mia mente percepisce il rapporto tra enti singolari, ma quale è la garanzia che questo modo sia universale e stabile?”
“Ma voi sapete che a un certo spessore di un vetro corrisponde una certa potenza di visione, ed è perché lo sapete che potete ora costruire lenti uguali a quelle che avete perduto, altrimenti come potreste?”
“Acuta risposta, Adso. In effetti io ho elaborato questa proposizione, che a spessore uguale deve corrispondere uguale potenza di visione. L’ho posta perché altre volte ho avuto intuizioni individuali dello stesso tipo.”

 

Un frate che pratica la povertà diventa cattivo esempio per il popolo, che poi non si avvezza più ai frati che non la praticano.

 

Cosa vi terrorizza di più nella purezza?” chiesi.
“La fretta” rispose Guglielmo.
Cioé, pur di accelerare la purificaazione apocalittica e far scendere il regno di pace, la tal eresia ammazzava tutti gli infedeli.

 

L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito far morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da usare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

 

” Commento di Umberto Eco al suo romanzo

Si può dire “era una bella mattina di fine novembre” senza sentirsi Snoopy? Ma se lo avessi fatto dire a Snoopy? Se cioè “era una bella mattina” lo avesse detto qualcuno che era autorizzato a dirlo, perché così si poteva fare i suoi tempi? Una maschera, ecco cosa mi occorreva.

Scrivere un romanzo è una faccenda cosmologica.
Intendo che per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari. Se costruissi un fiume, due rive, e sulla riva sinistra ponessi un pescatore, e se a questo pescatore assegnassi un carattere iroso e una fedina penale poco pulita, ecco, potrei incominciare a scrivere, traducendo in parole quello che non può non avvenire. Che fa un pescatore? Pesca (ed ecco tutta una sequenza più o meno inevitabile di gesti). E poi cosa accade? O ci sono pesci che abboccano, o non ce ne sono. Se ci sono il pescatore li pesca e poi va a casa tutto contento. Fine della storia. Se non ci sono, visto che è irascibile, forse si arrabbierà. Forse spezzerà la canna da pesca. Non è molto, ma è già un bozzetto. Ma c’è un proverbio indiano che dice “siediti sulla riva del fiume e aspetta, il cadavere del tuo nemico non tarderà a passare”. E se lungo la corrente passasse un cadavere – visto che la possibilità è insita nell’area intertestuale del fiume? Non dimentichiamo che il mio pescatore ha la fedina penale sporca. Vorrà correre il rischio di trovarsi nei pasticci? Che farà? Fuggirà, fingerà di non vedere il cadavere? Si sentirà preso da coda di paglia, perché il cadavere è quello dell’uomo che odiava? Irascibile com’è, si adirerà perché non ha potuto compiere lui la vendetta agognata? Vedete, è bastato ammobiliare con poco il proprio mondo, e già c’è l’inizio di una storia. C’è anche già l’inizio di uno stile, perché un pescatore che pesca dovrebbe impormi un ritmo narrativo lento, fluviale, scandito sulla sua attesa che dovrebbe essere paziente, ma anche sui sussulti della sua impaziente iracondia. Il problema è costruire il mondo, le parole verranno quasi da sole. Rem tene, verba sequentur. Il contrario di quanto, credo, avviene con la poesia: verba tene, res sequentur.
Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali poi sono stati esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io. Chi ha detto che la narrativa deve fare concorrenza allo Stato Civile? Ma forse deve fare concorrenza anche all’assessorato all’urbanistica. E così lunghe indagini architettoniche, su foto e su piani nell’enciclopedia dell’architettura, per stabilire la pianta dell’abbazia, le distanze, persino il numero degli scalini in una scala a chiocciola.
Marco Ferreri una volta mi ha detto che i miei dialoghi sono cinematografici perché durano il tempo giusto. Per forza, quando due dei miei personaggi parlavano andando dal refettorio al chiostro, io scrivevo con la pianta sott’occhio, e quando erano arrivati smettevano di parlare.
Occorre crearsi delle costrizioni, per potere inventare liberamente.

Entrare in un romanzo è come fare un’escursione in montagna: occorre prendere un passo, altrimenti ci si ferma, subito.

In narrativa il respiro non è affidato alle frasi, ma a macro-proposizioni più ampie, a scansioni di eventi. Ci sono romanzi che respirano come gazzelle e altri che respirano come balene, o elefanti. L’armonia non sta nella lunghezza del fiato, ma nella regolarità con cui lo si tira.

Almeno così si vede fare dai grandi: “La sventurata rispose” – punto e a capo – non ha lo stesso ritmo di “Addio monti”, ma quando arriva è come se il bel cielo di Lombardia si scoprisse di sangue. Un grande romanzo è quello in cui l’autore sa sempre a che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante.

 

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Chi sono

Ho sofferto di depressione per molti anni a causa di svariate ragioni, dai traumi alla sensibilità esistenziale. Ma ho trovato la strada per uscirne e voglio condividerla.

Cosa faccio

Oltre a cercare di diventare me stessa, organizzo in FVG incontri di gruppo e individuali, soprattutto legati alla meditazione e alla realizzazione dei propri sogni.

Mission

Condividere fa parte del mio percorso personale, cerco di aiutare le persone a scovare il loro Cammino camminando io per prima, non si può “insegnare” senza aver imparato.

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