La vita è un puzzle

La vita è un puzzle

La vita è un puzzle, di cui è andato perso il coperchio su cui c’è l’immagine da comporre. E con un gran daffare inizi a fare incastrare alcuni pezzi, e ad un certo punto credi di aver capito qual è il disegno. E ti diventa più facile trovare pezzi da agganciare l’uno all’altro, e per un po’ funziona, ma poi il disegno muta. Pensavi fosse un vaso di fiori invece era il decoro di una maglietta. Pensavi fosse il decoro di una maglietta e invece era una la pubblicità su una rivista.
Qual è il trucco? Non restare ingabbiati nel primo pensiero, nella prima zaffata di Verità che si pensa di aver annusato e compreso. Saper cambiare, saper fluire.
Fissare un obiettivo ed essere in grado di modificarlo strada facendo.

Partire da Trieste per viaggiare verso Napoli e fare tappa, che so, a Firenze o Roma, restare ammaliati da tanta arte, volersi fermare ma ormai si era scelto di scendere fino a Napoli, tenere fede al proprio programma prestabilito invece che modificare l’itinerario per godere delle nuove scoperte. Ipotecare il presente in nome di un futuro incerto, sacrificare l’oggi per un domani che chissà se arriverà così come l’avevamo immaginato. 

Si resta imprigionati in un’idea mentale, un progetto, un amore, un obiettivo.

 

Non lasciarsi stupire dalla vita è ciò che spegne la gioia, che allontana Eros, il dio della passione e della trasformazione.

Quale Albero della Vita scegliere?

Quale Albero della Vita scegliere?

Prima di addentrarci nella spiegazione di come si può usare la Cabala per la propria crescita personale, mi preme sciogliere un dubbio che si presenta immediatamente appena si cerca il temine ” l’Albero della Vita” su Google.
Si nota subito che si possono trovare due immagini diverse.


A sinistra l’albero usato da sempre, a destra quello modificato nel XVII secolo

L’immagine adeguata al nostro scopo è quella di sinistra, che ha tutte le sfere collegate tra loro e permette uno scorrere ininterrotto da cima a fondo e viceversa. Ė il glifo classico ebraico, quello che Isaac Luria (1534 – 1572) rivede e sistema, e che ancora oggi si studia. Osservando questa immagine si nota subito che tutto ciò che potremmo chiamare chioma dell’albero, dalla sfera 1 alla 9, fluisce nell’ultima sfera in basso, la numero 10, che si chiama Malkuth (il Regno), e rappresenta il piano materiale in cui viviamo. Il sentiero che collega Malkuth alla sfera direttamente superiore, Iesod (il Fondamento), è chiamato canale del parto, poiché è il canale attraverso cui tutte le sfere superiori arrivano a manifestarsi nella materia.

All’inizio del XX secolo, gli operatori dell’occulto come Dion Fortune, Israel Regardie e soprattutto Alesiter Crowley (e già da qui si capisce che è meglio scappare subito, essendo Crowley un mago nerissimo), divulgarono l’Albero così come modificato dal filosofo Athanasius Kircher nel XXVII secolo. In questo modo, le sfere non sono più collegate tra loro: se riempissimo d’acqua la sfera in alto, Kether, (la Corona) il flusso non raggiungerebbe la base, ma si fermerebbe alla terza sfera, Binah (l’Intelligenza). I due sentieri che sono stati tolti da lì sono stati messi in basso e collegano sfere che all’inizio non erano collegate, bypassando così il canale del parto.

A livello intuitivo mi è sempre sembrato quindi inutile il glifo di destra: per quanto io ami profondamente Dion Fortune preferisco scegliere in base al mio sentire, e il mio sentire è sempre stato unicamente a favore dell’albero antico, quello di sinistra.
Un giorno domandai al mio maestro la ragione di questi spostamenti, e mi rispose semplicemente “bah, quella è cabalaccia”. In un’altra occasione chiesi ad Igor Sibaldi se il mio sentire avesse ragion d’essere, e mi guardò come se avesi scoperto l’acqua calda. Cito ciò che mi disse, perché è lampante: “Quell’albero lì non ha senso, sarebbe come partorire con le orecchie!”.

Dopo il risveglio: che fare?

Dopo il risveglio: che fare?

E così ti sei risvegliato e adesso anche tu vuoi diventare un operatore olistico. Aiutare tutti, salvare il mondo e diventare tra i più citati sui social, con migliaia di visualizzazioni nei tuoi video e i tuoi libri in testa alle classifiche. Beh, questo destino qualcuno ce l’ha (pensa a Igor Sibaldi, Eckhart Tolle, Paolo Coelho…) e mi auguro tanto che possa averlo anche tu! Ma non è il destino di tutti, sai che noia sennò!
Effettivamente anche io quando mi sono risvegliata, nel 2003, ho pensato di fare così. Eppure avevo una vocina interiore che mi tratteneva: ero un’imprenditrice, avevo un’avviata ditta di formazione che rendeva veramente tanti soldi, ma che non era olistica, non era spirituale, per cui l’ho chiusa, e ho preso qualche anno sabbatico. E’ una scelta che non rimpiango perché sentivo che non era la mia strada. Ma quale fosse la mia strada, non lo sapevo assolutamente. Tu sai qual è la tua strada? Ho scritto alcuni consigli QUI per trovarla.
Allora mi sono diplomata come counselor (modello Gestalt), per iniziare ad aiutare gli altri. Ho anche avuto dei clienti che erano soddisfatti di me, ma sentivo che ancora non stavo centrando il bersaglio. Oggi continuo a dare input e ascoltare le persone, ma in amicizia, e ho smesso di cercare un lavoro adatto a me, fino a che il lavoro adatto a me mi ha trovata. Sono impiegata in un museo.
Non è stato un passo indietro: questo lavoro mi aiuta a mantenermi economicamente, che è importante nel processo di diventare adulti, ed è un lavoro che c’entra anche con l’autorealizzazione, dato che mi occupo di un museo dedicato a un individuo che ha avuto un grande successo imprenditoriale. Scrivo, tengo un blog, mi occupo dei social, incontro i ragazzi delle scuole. Non avrei davvero saputo immaginare un lavoro migliore per me!

Arriviamo al sodo. Quella di voler abbandonare il proprio cammino per mettersi su un sentiero imprenditoriale di spiritualità è una deviazione abbastanza classica, forse una delle prove dell’ego, ma nella maggior parte dei casi è a fondo cieco. Certo, se sbagliamo, la vita a suon di batoste ci riporterà sempre sulla strada giusta, ma prenderla sin dall’inizio forse risparmia tempo, fatica e sofferenza.

E qual è la strada giusta?


La struttura principale e infallibile per realizzare se stessi me l’ha spiegata uno dei miei insegnanti, Paolo Baiocchi, psicoterapeuta, discepolo di Claudio Naranjo, che ha delle intuizioni veramente geniali, tipo questa della scala musicale.

DO agli altri: è la base, il do ut des, cioè mi comporto in maniera tale da ottenerne qualcosa in termini di gratificazione o soddisfazione di bisogni. Do perché mi diano. Partiamo tutti dal do, tutte le scale partono dal do.

Alcuni salgono e arrivano al RE ovvero diventano RE / REGINA della propria vita, hanno il bastone del comando. Scelgo io per me, decido io per me, non mi lascio condizionare da ambienti esterni, da fattori esterni, da idee esterne, dagli irretimenti familiari. Sono libero, e la mia libertà finisce solo laddove inizia quella di un altro. Già è un primo gradino non facile, perché presuppone il tradimento dei valori familiari e della propria zona comfort, in primis. Come diceva Gesù “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. (Mt 19,23-29).

Dopo aver creato il proprio regno, alcuni lo devono abbandonare per andare oltre, al MI, che corrisponde un po’ al “sia fatta la tua volontà”, ovvero si sceglie di diventare se stessi, anche se questo presuppone forse l’abbandono di sogni di gloria. Marco P. è un ricco e rispettato avvocato, ma la sua vocazione è quella di fare il contadino: può scegliere se restare nel suo studio in radica di noce o traslocare in un casale, dove triplicherà la fatica ma si sentirà davvero se stesso. Dopo un percorso di accettazione, ha rinunciato ad essere quello che avrebbe voluto per diventare quello che era. Un po’ come ho fatto anche io non cercando più voler aiutare gli altri (diciamo che mi sento tra il Re e il Mi).

Solo dopo essere diventati se stessi, solo allora si può veramente FAre, realizzare le grandi opere che il destino ha posto davanti. Il magistrale ingegnere realizzato costruirà un ponte che non cadrà, perché non lo fa per i soldi o per la gloria, ma perché non può fare altrimenti, perché il suo destino è costruire ponti. E diventerà un famoso ingegnere che non scende a compromessi.

Nel momento in cui si procede con questa spinta interiore, si raggiunge il cuore, il cuore di se stessi, il cuore della creazione, il SOLe centrale. Ermeticamente si usa l’espressione “realizzare il Cristo in sé”.

E allora si va LA’, allora si va oltre il velo, si può ora raggiungere un’altra dimensione, più sottile, compenetrante questa, ma più completa: più pregna di amore e di significato. Una dimensione che certo possiamo raggiungere in molti momenti della nostra vita, se siamo fortunati e se ce ne accorgiamo, ma il cui accesso otteniamo stabilmente a questo punto.

E ora possiamo finalmente dire SI‘. Sì all’abbandono di tutto quello che abbiamo fatto, sì alla rinuncia dell’ego, della personalità, dell’incarnazione, della materia, per fonderci nel DO Superiore.

Sette scalini, come i chakra, come i piani dell’Albero della Vita, come i Raggi, come i colori dell’arcobaleno: 7 è un numero completo, che rappresenta il 3 dello Spirito sopra il 4 della Materia. Ma questo è un giochino che approfondiremo in un’altra pagina.

Solo dopo essere diventato me stesso posso essere davvero utile agli altri, altrimenti è più facile che si tratti di senso di colpa, o di presunzione interiore.

Ps: sì, lo so che sono una rompiscatole, ma è meglio pungolare con fastidio per portare sulla strada giusta che lasciare liberi di fronte a un burrone.

Perché siamo tutti depressi? Il parere di James Hillman

Perché siamo tutti depressi? Il parere di James Hillman

Attraverso la terapia stiamo privando noi stessi del potere. Ogni volta che cerchiamo di affrontare la nostra violenza nei confronti della superstrada, o il senso di insofferenza nei confronti del ufficio, dell’illuminazione, o di quella schifezza di mobili, ogni volta che cerchiamo di affrontare tutto questo portando la nostra rabbia e la nostra paura in terapia, noi priviamo di qualche cosa il mondo politico. E, nel suo modo folle, la terapia, enfatizzando l’anima interiore e ignorando l’anima che è fuori, sostiene il declino del mondo reale.

In psicoterapia va di moda il “bambino interiore”. In questo consiste la terapia: si torna indietro fino all’infanzia. Ma quando ci si volge indietro, non ci si guarda intorno. Questo viaggio a ritroso costella quello che Jung chiamava “l’archetipo del fanciullo”. Ora, l’archetipo del fanciullo è per sua natura apolitico e privo di potere, non ha nulla a che fare con il mondo politico. E così l’adulto dice: “Bene, riguardo al mondo, cosa posso farci? È una cosa più grande di me”. Ecco cosa dice l’archetipo del fanciullo. Quello che posso fare è entrare in me stesso, lavorare alla mia crescita, al mio sviluppo; trovare dei buoni gruppi che mi allevino, che mi sostengano. Ma questo è un disastro per il nostro mondo politico, per la nostra democrazia. La democrazia si realizza tra cittadini estremamente attivi, non tra bambini. Enfatizzando l’archetipo del fanciullo, riducendo le nostre sedute a rituali in cui si evoca l’infanzia e si ricostruisce la fanciullezza, ci escludiamo dalla vita politica. Di conseguenza, la nostra politica precipita nel caos e nessuno va più a votare!

È una difesa maniacale nei confronti della depressione, tenersi estremamente occupati ed essere molto irritati quando si viene interrotti. Spesso siamo troppo occupati per essere diversi dall’essere occupati. Quale depressione cronica stiamo cercando di evitare? Come individui, come città, come cultura, con il nostro essere così cronicamente maniacali? La depressione che stiamo cercando di evitare potrebbe essere benissimo una prolungata reazione cronica a ciò che abbiamo fatto al mondo, un dolore, un lutto per tutto quello che stiamo facendo alla natura, alle città, a intere popolazioni; parte del nostro mondo. Potremmo essere depressi in parte come reazione dell’anima al lutto e al dolore che coscientemente non proviamo il dolore per la distruzione dei quartieri dove siamo cresciuti per la perdita di quelle campagne che avevamo conosciuto da bambini…

Argomenti

Chi sono

Ho sofferto di depressione per molti anni a causa di svariate ragioni, dai traumi alla sensibilità esistenziale. Ma ho trovato la strada per uscirne e voglio condividerla.

Cosa faccio

Oltre a cercare di diventare me stessa, organizzo in FVG incontri di gruppo e individuali, soprattutto legati alla meditazione e alla realizzazione dei propri sogni.

Mission

Condividere fa parte del mio percorso personale, cerco di aiutare le persone a scovare il loro Cammino camminando io per prima, non si può “insegnare” senza aver imparato.